Ci sono oggetti così semplici da sembrare inevitabili. Il tappo di sughero è uno di questi. Una bottiglia di vino, un cavatappi e quel piccolo cilindro che esce dal collo con il suo rumore inconfondibile fanno ormai parte di un gesto che consideriamo naturale. Eppure per molti secoli il vino è esistito senza la bottiglia chiusa come la conosciamo oggi e conservarlo a lungo rappresentava un problema tutt’altro che banale. Il sughero non ha inventato il vino, naturalmente, ma insieme alla bottiglia di vetro ha contribuito a trasformarne profondamente la conservazione, il trasporto e soprattutto il rapporto con il tempo.
Il sughero era conosciuto già nell’antichità. Greci e Romani utilizzavano la corteccia della quercia da sughero per diversi scopi e ne conoscevano anche le qualità come materiale di chiusura. Il vino, però, veniva conservato e trasportato soprattutto nelle anfore, che potevano essere sigillate con resine, pece, gesso e altri materiali. In seguito furono le botti di legno a diventare protagoniste del commercio vinicolo europeo. Per molto tempo, insomma, la bottiglia non fu la casa naturale del vino e il sughero non aveva ancora incontrato il recipiente che avrebbe trasformato la sua storia.
L’incontro decisivo tra vetro e sughero
La vera svolta arrivò tra il XVI e il XVII secolo, quando le tecniche di produzione del vetro migliorarono e cominciarono a comparire bottiglie più robuste e resistenti. Non erano più soltanto eleganti recipienti utilizzati per portare il vino dalla botte alla tavola: potevano diventare strumenti di conservazione. A quel punto serviva però una chiusura capace di aderire al collo della bottiglia, resistere nel tempo e poter essere rimossa senza rompere il contenitore. Il sughero possedeva quasi naturalmente tutte queste caratteristiche.
La sua struttura è infatti particolarissima. È leggero, elastico e comprimibile e, una volta schiacciato, tende a recuperare la propria forma. Inserito nel collo della bottiglia esercita quindi una pressione contro le pareti del vetro creando una chiusura molto efficace. Dietro questa proprietà c’è una struttura microscopica composta da milioni di piccole cellule contenenti gas, che permette al materiale di deformarsi e successivamente espandersi. È lo stesso fenomeno che possiamo osservare ancora oggi quando estraiamo un tappo e lo vediamo lentamente recuperare parte delle sue dimensioni.
Nella storia del tappo compare spesso anche Dom Pierre Pérignon, il celebre monaco benedettino vissuto tra Seicento e Settecento e legato allo sviluppo dello Champagne. Una delle leggende più diffuse gli attribuisce addirittura l’invenzione del tappo di sughero. La realtà è meno semplice e probabilmente ancora più interessante: il sughero era conosciuto e utilizzato molto prima di lui. L’epoca di Dom Pérignon coincide però con un momento decisivo, nel quale bottiglie più resistenti e sistemi di chiusura migliori permisero di conservare con maggiore sicurezza anche vini sottoposti a pressione. Più che l’invenzione di un singolo uomo, fu quindi l’incontro tra diverse innovazioni a cambiare le cose.
Quando il vino imparò ad aspettare
La conseguenza più importante non fu semplicemente impedire al vino di uscire dalla bottiglia. Una chiusura affidabile permetteva finalmente di lasciarlo al suo interno per periodi molto più lunghi. Bottiglia di vetro e tappo di sughero crearono insieme un piccolo ambiente nel quale alcuni vini potevano evolvere lentamente, sviluppando profumi, struttura e complessità differenti rispetto al momento dell’imbottigliamento. Non tutti i vini erano destinati a invecchiare, naturalmente, così come non lo sono oggi, ma per quelli capaci di farlo si apriva una possibilità nuova: il tempo poteva diventare parte integrante della loro storia.
È difficile separare da questa evoluzione la nascita della cultura delle grandi annate e delle cantine nelle quali le bottiglie vengono conservate per anni. Una bottiglia poteva essere acquistata senza essere necessariamente bevuta subito. Poteva aspettare un’occasione, essere dimenticata in cantina, attraversare una generazione o essere aperta molti anni dopo per scoprire cosa il tempo avesse fatto al vino. Un oggetto apparentemente insignificante come il tappo contribuì così a modificare persino il modo di pensare una bottiglia.
Il materiale utilizzato rende questa storia ancora più particolare. Il sughero proviene principalmente dalla Quercus suber, la quercia da sughero diffusa soprattutto nell’area mediterranea occidentale. Per ricavarlo non è necessario abbattere l’albero: viene asportata la corteccia, che nel corso degli anni si rigenera e può essere nuovamente raccolta. Da quella corteccia, dopo lavorazioni e selezioni, si ottiene un materiale naturale che ancora oggi, dopo secoli di innovazioni, continua a chiudere alcune delle bottiglie più prestigiose del mondo.
Naturalmente il sughero non è perfetto. A lui è associato anche il famoso problema del “sentore di tappo”, dovuto soprattutto alla possibile presenza di TCA, il tricloroanisolo, una sostanza che anche in concentrazioni molto basse può alterare profondamente gli aromi del vino con sentori che ricordano muffa, cartone umido o ambienti chiusi. Proprio questo problema ha favorito lo sviluppo di controlli sempre più sofisticati e di alternative come tappi tecnici, materiali sintetici e chiusure a vite. Eppure il sughero naturale continua a occupare un posto particolare nel mondo del vino perché riunisce elasticità, capacità di tenuta, durata e una storia difficilmente separabile da quella della bottiglia stessa.
Quattro secoli nascosti in un piccolo “pop”
Oggi stappare una bottiglia richiede pochi secondi e raramente pensiamo a tutto ciò che quel gesto contiene. Dietro quel piccolo “pop” ci sono le antiche foreste mediterranee di querce da sughero, l’evoluzione delle fornaci europee, la nascita di bottiglie più resistenti, il commercio del vino e soprattutto la scoperta che una bottiglia poteva non essere soltanto un recipiente, ma un luogo nel quale il vino poteva continuare lentamente a trasformarsi.
Il tappo di sughero è rimasto quasi incredibilmente semplice mentre intorno a lui il mondo del vino cambiava completamente. Forse è proprio questo il suo fascino: un piccolo cilindro di corteccia è riuscito a mettere insieme vetro, vino e tempo. E quando oggi apriamo una bottiglia conservata per dieci, venti o trent’anni, quel tappo non è soltanto ciò che l’ha tenuta chiusa. È ciò che, per tutto quel tempo, le ha permesso di aspettare.