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Il rapporto tra vino e salute è uno degli argomenti nei quali tradizione, esperienza quotidiana e ricerca scientifica finiscono inevitabilmente per incontrarsi. Per decenni abbiamo sentito ripetere che un bicchiere di vino rosso fa bene al cuore, che il resveratrolo protegge l’organismo e che alcune popolazioni abituate a consumare vino sembrano vivere più a lungo nonostante un’alimentazione apparentemente ricca di grassi. La ricerca degli ultimi anni permette però di guardare a queste affermazioni con maggiore precisione. E il quadro che emerge è decisamente più complesso di una semplice contrapposizione tra benefici e rischi.

Il vino è molto più dell’alcol che contiene

Una bottiglia di vino è un sistema chimicamente complesso. Oltre ad acqua ed etanolo contiene acidi organici, sostanze aromatiche, minerali e numerosi composti derivati dall’uva e successivamente modificati dalla fermentazione e dall’affinamento. Nel vino rosso troviamo in particolare una famiglia di sostanze che ha attirato molto l’attenzione della ricerca: i polifenoli. Ne fanno parte flavonoidi, antociani, tannini e stilbeni, tra i quali il conosciutissimo resveratrolo.

Molti di questi composti sono stati studiati per le loro proprietà antiossidanti e antinfiammatorie e per il loro possibile ruolo in diversi meccanismi biologici. È però fondamentale distinguere l’effetto di una determinata molecola studiata sperimentalmente dall’effetto complessivo del bere vino. Una sostanza può mostrare proprietà interessanti in laboratorio senza che questo significhi automaticamente che un bicchiere della bevanda che la contiene produca un beneficio clinico equivalente.

Il caso del resveratrolo

Poche molecole legate al vino hanno ricevuto tanta attenzione quanto il resveratrolo. È una sostanza prodotta naturalmente da alcune piante, presente nella buccia dell’uva e quindi anche nel vino, soprattutto rosso. Gli studi sperimentali ne hanno indagato gli effetti sullo stress ossidativo, sull’infiammazione, sul metabolismo e sul sistema cardiovascolare.

Il problema nasce quando dalla ricerca sulla molecola si passa troppo velocemente alla conclusione che bere vino sia un modo efficace per assumerla. Le quantità di resveratrolo utilizzate in molti esperimenti possono essere molto superiori a quelle ottenibili attraverso un normale consumo di vino. Bere maggiori quantità per aumentare l’apporto di resveratrolo sarebbe evidentemente un controsenso, perché aumenterebbe contemporaneamente l’assunzione di alcol.

Inoltre i polifenoli non sono un’esclusiva del vino. Uva, frutti di bosco, cacao, tè, frutta, verdura e numerosi alimenti vegetali ne rappresentano altre fonti. È quindi perfettamente possibile inserire queste sostanze nell’alimentazione senza consumare bevande alcoliche.

Da dove nasce allora l’idea del vino che protegge il cuore?

Una parte importante della storia deriva dagli studi epidemiologici. Per molti anni diverse ricerche osservazionali hanno rilevato che alcune persone con un consumo leggero o moderato di alcol, e in particolare di vino, presentavano una minore incidenza di alcune patologie cardiovascolari rispetto ad altri gruppi. Da queste osservazioni è nata anche la famosa rappresentazione della curva a J: rischio maggiore tra i forti bevitori, apparentemente più basso tra i consumatori moderati e nuovamente superiore tra gli astemi.

Oggi quella lettura viene considerata con molta maggiore cautela. Il problema degli studi osservazionali è separare l’effetto del vino da tutto ciò che caratterizza la vita delle persone che lo consumano. Chi beve moderatamente vino durante i pasti potrebbe avere un’alimentazione differente, svolgere maggiore attività fisica, appartenere a gruppi socioeconomici diversi o avere abitudini complessivamente differenti. Anche la composizione del gruppo degli astemi può alterare i risultati se comprende persone che hanno smesso di bere per precedenti problemi di salute.

Le valutazioni scientifiche più recenti, comprese quelle dell’American Heart Association, sottolineano infatti che non è stato dimostrato un rapporto diretto di causa ed effetto tra consumo di vino e migliore salute cardiovascolare. Gli studi osservazionali continuano a offrire informazioni interessanti, ma non permettono di trasformare una correlazione in una prescrizione.

Il punto che oggi non possiamo ignorare: l’alcol

Se sui possibili effetti cardiovascolari delle basse quantità il dibattito scientifico presenta ancora elementi da approfondire, sull’etanolo esistono invece evidenze molto solide. L’alcol è classificato come cancerogeno per l’uomo e il suo consumo è associato causalmente a diversi tipi di tumore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea inoltre che, per quanto riguarda il rischio oncologico, non è possibile stabilire una quantità di consumo completamente priva di rischio. In termini generali, aumentando l’esposizione aumenta anche il rischio.

Questo non significa che bere occasionalmente un bicchiere equivalga automaticamente a sviluppare una malattia. In medicina il concetto di rischio è probabilistico, non deterministico. Significa piuttosto che non è scientificamente corretto presentare il vino come uno strumento da utilizzare per migliorare la salute. Anche l’American Heart Association è molto chiara su questo punto: chi non beve non dovrebbe iniziare a farlo nella speranza di ottenere benefici cardiovascolari.

Bere poco non significa bere per curarsi

Questa distinzione cambia profondamente il modo di affrontare l’argomento. Per anni l’espressione “un bicchiere di vino fa bene” ha trasformato una questione estremamente complessa in una regola semplicissima. La ricerca contemporanea suggerisce invece un approccio differente: non iniziare a bere per ragioni salutistiche e, per chi sceglie di consumare vino, considerare quantità e frequenza elementi fondamentali nella gestione del rischio.

Anche l’idea stessa di moderazione va interpretata correttamente. Le indicazioni che fissano quantità massime non devono essere confuse con dosi consigliate per stare bene. Un limite indica una soglia utilizzata per orientare comportamenti a minor rischio; non trasforma ciò che sta sotto quella soglia in una terapia preventiva.

E la dieta mediterranea?

Qui entra in gioco un’altra frequente sovrapposizione. Il vino è storicamente presente nella cultura alimentare mediterranea, ma attribuire al bicchiere i benefici osservati nelle popolazioni che seguono determinati modelli alimentari significa isolare un elemento da un sistema molto più ampio.

Verdure, legumi, cereali, frutta, olio extravergine di oliva, pesce, varietà alimentare, attività fisica, porzioni, convivialità e modalità con cui il cibo viene consumato fanno parte di quel modello. Il vino tradizionalmente bevuto a tavola può essere un elemento culturale di questo contesto, ma non possiamo attribuirgli automaticamente gli effetti dell’intero stile di vita.

Ed è proprio questo ragionamento che ci porterà inevitabilmente a parlare del cosiddetto “paradosso francese”: uno dei casi più affascinanti di come un’osservazione epidemiologica possa trasformarsi, nel tempo, in una convinzione molto più semplice della realtà che cercava di descrivere.

La cultura del vino non ha bisogno di proprietà miracolose

Togliere al vino l’etichetta di alimento terapeutico non significa diminuirne il valore. Probabilmente significa restituirgli quello corretto. Il vino appartiene alla storia agricola, gastronomica e sociale di moltissimi territori. Racconta vitigni, vendemmie, clima, lavoro, trasformazioni e tradizioni. Può accompagnare un piatto e diventare parte di un momento di convivialità senza avere bisogno di essere giustificato attraverso presunti effetti medicinali.

La scienza, oggi, ci permette proprio di fare questa distinzione. Nel vino esistono sostanze biologicamente interessanti e degne di ricerca. Alcune vecchie osservazioni epidemiologiche sul consumo moderato continuano a essere studiate e discusse. Allo stesso tempo sappiamo con certezza che l’etanolo comporta rischi e che il vino non deve essere consigliato come mezzo per prevenire malattie.

Forse è una conclusione meno spettacolare del vecchio “un bicchiere al giorno fa bene al cuore”, ma è molto più rispettosa sia della scienza sia della cultura del vino. Una buona bottiglia non ha bisogno di essere una medicina per avere una ragione di esistere. Ha bisogno di qualità, consapevolezza, misura e, possibilmente, di una buona tavola intorno.

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